L’importanza del «PASSAPORTO FINANZIARIO»

L’importanza del «PASSAPORTO FINANZIARIO»

Il Sole 24 Ore 29 NOVEMBRE 2018 di Antonio Patuelli
BANCHE DOPO LA BREXIT
Dopo il traumatico referendum per la Brexit, uno dei problemi più importanti e controversi è stato da subito quello del cosiddetto “passaporto finanziario”, cioè della possibilità degli organismi bancari e finanziari del Regno Unito di operare, più o meno liberamente, nell’Unione europea dopo l’entrata in vigore di Brexit.
Ora appaiono conclusi i negoziati fra Unione europea e Regno Unito per Brexit, in attesa che l’accordo sia ratificato dal Parlamento di Londra, ma il tema del “passaporto finanziario” è scivolato di attenzione, anche se prospetticamente assai importante.
Nell’Unione europea vige il principio della libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali e della libera prestazione dei servizi finanziari e bancari: il “passaporto” permette alle banche di ciascun paese membro di operare in tutta l’Unione e con i comuni sistemi di vigilanza vigenti nel mercato unico.
Tali diritti non sono, invece, riconosciuti ai “Paesi terzi”, cioè a quelli che non fanno parte dell’Unione europea. I “Paesi terzi” possono chiedere alla Ue un trattamento di “equivalenza”, a seconda dei casi, per alcuni o anche tutti i servizi finanziari.
Mentre per le banche dei Paesi membri della Ue vi è la certezza del diritto comune, per i “Paesi terzi” i rapporti di “equivalenza” non hanno certezze stabili, perché sono frutto delle negoziazioni e sono revocabili dalla Ue.
Il recentissimo accordo di recesso del Regno Unito dalla Ue consta di ben 584 pagine, ma non prevede nulla di specifico in materia di servizi bancari e finanziari. Invece, nella Dichiarazione politica che definisce il quadro delle future relazioni fra Ue e Regno Unito, connessa all’accordo di recesso, vi sono alcuni princìpi relativi ai servizi finanziari e bancari, per assicurare la stabilità, la concorrenza leale su base di reciprocità, nella trasparenza e nella cooperazione delle regolamentazioni e delle vigilanze, nell’autonomia normativa di poter adottare, sospendere e revocare decisioni di “equivalenza”, come anche già sperimentati per “Paesi terzi” rispetto alla Ue.
Tale Dichiarazione prevede un periodo di transizione, che decorrerà dall’uscita del Regno Unito dalla Ue fino al 31 dicembre 2020, in cui le norme europee continueranno ad applicarsi anche al Regno Unito e le imprese bancarie e finanziarie del Regno Unito manterranno i loro diritti di “passaporto” come finora.
Dal 1 gennaio 2021 il Regno Unito sarà un “Paese terzo” per le materie bancarie e finanziarie e non sarà più vigente il “passaporto” per le banche d’oltremanica. Da allora potranno entrare in vigore le decisioni di “equivalenza” che potranno essere concordate fra Ue e Regno Unito.
Insomma, dal 1 gennaio 2021 il Regno Unito diverrà un importante “Paese terzo”, pienamente estraneo all’Unione europea: da allora si verificherà in concreto davvero se Brexit sia stata una decisione più o meno saggia e lungimirante. Ma già le decisioni assunte da tanti organismi bancari e finanziari, di spostare da Londra verso la Ue importanti loro uffici finora stabiliti a Londra, evidenzia i rischi della perdita della certezza del diritto europeo da parte dei soggetti bancari e finanziari operanti nel Regno Unito dopo la piena entrata in vigore di Brexit.
Presidente Abi, Associazione bancaria italiana